L’urgenza dell’attacco

Pubblichiamo un interessante documento di Nicola Gai apparso sull’ultimo numero di “Terra Selvaggia” a luglio 2013.

Il testo pone molti problemi (i freni imposti ed auto-imposti all’azione, l’urgenza di colpire il nemico, i rapporti tra compagni nelle lotte e nelle assemblee, ecc.) a cui sarebbe auspicabile trovare al più presto rimedio, al fine di trovare nuovi e sempre più incisivi sbocchi pratici nell’attacco distruttivo contro il dominio.

Il fatto che viviamo in un mondo di merda dove stato e capitale ci impongono, sostanzialmente indisturbati, ogni sorta di mostruosità è ormai assodato. Pure è una certezza che solamente un’infima minoranza della popolazione cerca di opporsi, in maniera più o meno cosciente, alla soppressione di ogni spazio di autonomia e libertà che renda la vita degna di essere vissuta. Parte di questa piccola minoranza, noi anarchici, consapevoli dell’urgenza di distruggere quanto ci opprime: perché non siamo più determinati ed incisivi?

Uno dei freni più grandi e seri alla nostra azione è sicuramente la paura di mettere realmente in gioco la nostra vita. Questo è un aspetto centrale della lotta rivoluzionaria, molto spesso non affrontato a sufficienza, perché ci costringe a fare i conti con noi stessi e con le nostre debolezze. Esaltiamo le cosiddette “piccole azioni”, facilmente riproducibili, che sicuramente non spaventano la “gente” e anche se siamo consapevoli dell’urgenza e della necessità dell’attacco distruttivo al sistema autoritario-tecnologico siamo restii a metterci in gioco fino in fondo, a considerarci in guerra ed agire di conseguenza. Sicuramente è più facile trovarsi insieme a centinaia/migliaia di persone a difendere un territorio minacciato da qualche eco-mostruosità, che soli ad aspettarne il progettista sotto casa. Non sto parlando di coraggio, ognuno di noi ha paura e attua le sue strategie per controllarla e gestirla; anche chi partecipa a una cosiddetta “lotta sociale” rischia il carcere o di essere ferito (sono centinaia gli esempi in questo senso), ritengo non sia questo il discrimine, ma qualcosa di più complicato e cioè la decisione di intraprendere pratiche di lotta che non prevedono alcuna possibilità di mediazione con il potere, che esprimono il completo rifiuto dell’esistente. Partecipiamo ad assemblee in cui ci illudiamo di contribuire a prendere qualche decisione, anche se di solito ci adeguiamo a quanto suggerito dai compagni dotati di maggiore carisma; inevitabilmente il compromesso è sempre al ribasso d’altronde bisogna crescere tutti insieme (ogni volta) e non spaventare nessuno. Ci illudiamo di contribuire ad un progetto collettivo anche se troppo spesso non è il nostro; il fatto di trovarci “in mezzo alla gente” ci da l’illusione di lavorare concretamente per l’insurrezione prossima ventura. Possiamo dividere le nostre responsabilità con altri e sperare di non restare soli se le cose si mettono male. Non ci rendiamo conto di quanta parte della nostra libertà individuale perdiamo, anzi siamo rassicurati dai limiti imposti dall’assemblea, possiamo nascondere la nostra indecisione dietro il rischio che la nostra impazienza nuoccia al progetto comune. Però solamente quando decidiamo di mettere in gioco totalmente la nostra vita e, individualmente o con i nostri affini, colpiamo il potere dove più possiamo nuocergli, solo allora, ne abbiamo il reale controllo e possiamo affermare, con gioia e serenità, di stare facendo la nostra rivoluzione. Attuare una prospettiva di attacco diretto ci libera dalle pastoie di lotte difensive, ci consente prospettive infinite di azione e libertà. Non sto facendo la semplice esaltazione estetica dell’atto individuale, sono consapevole che l’insurrezione è un fatto collettivo, che scoppierà quando gli oppressi in armi si solleveranno, ma il punto e il metodo con cui contribuire a provocarla, la nostra vita è breve e l’opera di demolizione troppo grande e necessaria perché sia possibile aspettare che tutti siano pronti. Anzi sono convinto che solo soffiando sul fuoco e con l’esempio dell’azione possiamo avvicinare tale momento.

Un altro freno che vedo alle possibilità di attacco degli anarchici è il modo in cui molti compagni si approcciano al sociale, alle cosiddette “lotte sociali”. A mio avviso spesso si parte da una considerazione sbagliata, ci si sente altro rispetto alla gente, questo porta a vedere il sociale come qualcosa su cui lavorare, a cui avvicinarsi con cautela per non spaventarlo e piano piano portarlo su posizioni più avanzate finché, una volta pronto, ci si troverà insieme sulle barricate dell’insurrezione.

Io, sono convinto che gli anarchici siano parte del sociale e debbano rapportarsi alla pari con gli “altri”, combattendo tutti quegli atteggiamenti “paternalistici” che inevitabilmente sfociano nella politica. Gli anarchici devono colpire ed attaccare con tutte le loro forze, altri con tensioni simili prenderanno esempio dal nostro agire, troveremo nuovi complici e quando, finalmente, anche tutti gli altri sfruttati decideranno di sollevarsi scoppierà l’insurrezione. Dobbiamo essere noi a dettare scadenze e momenti di lotta, più saremo incisivi ed in grado di colpire nei punti giusti, maggiori possibilità avremo che si diffondano pratiche di attacco diretto. Questo non vuol dire che non si debba partecipare alle lotte che nascono spontaneamente, ma lo dobbiamo fare con i nostri metodi: il sabotaggio e l’azione diretta. Se in una certa località le persone scendono in piazza per opporsi ad una nocività non è necessario che cerchiamo di conoscerle una ad una, che prepariamo la polenta con loro e un passetto per volta cerchiamo di fargli alzare di qualche centimetro la barricata che hanno costruito. Questo non avvicinerà la prospettiva insurrezionale, anzi fiaccherà le nostre forze, dobbiamo colpire l’azienda che la costruisce, chi la progetta, chi la finanzia: dobbiamo rendere evidente che chiunque può prendere in mano la propria vita e distruggere ciò che lo distrugge. Dobbiamo scontrarci con la polizia, non solo quando tenta di sgomberare il presidio di turno, ma provocarla ed attaccarla, far vedere che è possibile, che si può/si deve colpire per primi chi ci opprime. Qualcuno potrebbe affermare che il mio modo di vedere le cose ed intendere l’agire possa covare i germi dell’autoritarismo o dell’avanguardismo.

Al contrario ritengo che contenga in se stesso l’antidoto a questi due mali che affliggono l’azione rivoluzionaria. Non si camuffano i propri desideri, si dice chiaramente chi si è e cosa si vuole e, soprattutto, in un rapporto paritario con gli altri, si dimostra che armando le proprie passioni chiunque può opporsi concretamente a questo stato di cose. La politica a mio avviso si annida proprio nel limitarsi per stare al passo con tutti gli altri, nel mettere da parte determinati discorsi per non “spaventare” persone che non si ritengono pronte a capirli. Deve essere chiaro che gli anarchici cercano complici con cui insorgere e non un opinione pubblica moderatamente favorevole a vaghi discorsi sulla libertà e l’autogestione. Un’altra critica che spesso viene rivolta a chi pratica l’attacco contro Stato e capitale, in maniera più o meno intelligente, più o meno velata, è quella di avvitarsi in un vortice di azione/repressione con gli apparati del potere senza fare passi avanti sulla via dell’insurrezione. Certamente è difficile negare che più rappresenteremo un pericolo per il potere più questo si accanirà per reprimerci, ma ciò, purtroppo, è naturale e tale concatenazione di causa-effetto si interromperà solamente quando il moltiplicarsi e il diffondersi degli attacchi provocherà la rottura insurrezionale. Pensare che la rivoluzione sarà solo il frutto della presa di coscienza degli sfruttati, dopo decenni di “addestramento” nella palestra delle lotte intermedie, guidati da una minoranza di illuminati che li tengono per mano, facendo un passo appena avanti a loro, e procrastinando continuamente il momento dello scontro armato è pura illusione. Tale tattica è perdente due volte perché rinunciando all’azione diretta rinunciamo a vivere pienamente la nostra vita, a fare qui ed ora la nostra rivoluzione. In secondo luogo è perdente perché lascia intendere che lo Stato darà il tempo agli oppressi di rendersi conto della propria condizione, di conoscersi, di organizzarsi e poi, magari, di insorgere, prima di schiacciarli. Un piccolo esempio potrebbe essere la Libera Repubblica della Maddalena: spazzata via prima che chiunque potesse illudersi di rappresentare un reale pericolo per l’autorità statale. Inoltre, lo Stato, forse ancora più potente della forza militare dispone di un’arma efficientissima: il recupero. Un esempio, quando il problema della casa si fa pressante, lotte ed occupazioni si moltiplicano e gli sgomberi non risolvono il problema il potere può giocarsi la carta della legalizzazione. Una volta con un tetto sulla testa lo sfruttato con cui abbiamo lottato fianco a fianco cosa farà? Forse chiederà di più, continuerà a ribellarsi, ma più facilmente si accontenterà e noi saremo costretti a tuffarci a capofitto nella prossima lotta sperando che questa volta ci vada meglio… Solamente quando il nostro agire non prevede possibilità di mediazioni, quando la nostra lotta è volta a distruggere quanto ci opprime lo Stato non può fregarci con il recupero: o ha la forza di schiacciarci o deve soccombere. Se avremo la capacità di provare a diffondere la pratica dell’attacco e dell’azione diretta, se sapremo gettare benzina sul fuoco delle tensioni sociali, inasprendole e cercando di impedirne la ricomposizione, forse riusciremo realmente ad incendiare la prateria. Prima di concludere vorrei soffermarmi su un altro elemento che a volte sembra essere un freno alla nostra azione: l’analisi degli effetti e delle trasformazioni del dominio. Troppo spesso sembra che questa non serva a darci maggiori capacità di incidere sulla realtà, ma ad alimentare paure e senso di impotenza di fronte alla vastità della sfida ed alla mostruosità delle nocività da affrontare. Più analizziamo gli aspetti totalitari e deleteri della tecnologia, più denunciamo i progetti autoritari del potere e meno affiliamo le nostre armi. Terrorizziamo chi vorrebbe agire con più o meno approfondite ricerche sugli ultimi ritrovati del controllo. Non sto sostenendo che non servano analisi ed approfondimenti, ma che non debbano diventare fini a se stessi, esercizi di capacità intellettuali disgiunti dall’azione diretta. Cosa serve pubblicare interminabili elenchi di aziende responsabili della distruzione della natura se nessuno le attacca? Già da sole la vastità e l’imponenza degli apparati statali e economici, spesso ci fanno dubitare della possibilità di colpirli efficacemente. Disastri ambientali come la marea di petrolio nel Golfo del Messico o Fukushima sembrano dire che non è possibile fare niente per fermare la guerra della società industriale contro l’uomo e la natura. Nonostante tutto non siamo inermi, minimi strumenti di analisi, l’azione diretta e la decisione di pochi possono dimostrare che non siamo tutti rassegnati ad accettare passivamente ed allo stesso tempo indicare agli altri sfruttati che è ancora possibile opporsi. Ad esempio l’azione dei compagni del Nucleo Olga della FAI/FRI ci dice come sia possibile solidarizzare con chi subisce la catastrofe nucleare, anche dall’altra parte del mondo, e colpire concretamente l’industria dell’atomo.

Spero che le mie riflessioni possano servire ad avviare un dibattito fra i compagni volto a mettere in luce e scrollarsi di dosso tutto ciò che ci limita nell’azione anarchica. Coraggio e forza per i compagni che praticano l’azione anonima, coraggio e forza per coloro che danno un nome alla propria rabbia, coraggio e forza per coloro che con le loro azioni danno vita alla FAI/FRI: c’è un intero mondo da demolire.

Nicola Gai

(prigioniero anarchico accusato

del ferimento del manager dell’atomo Roberto Adinolfi)

per scrivergli:

Nicola Gai

Casa Circondariale Via Arginone 327

44122 Ferrara

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