Coglioni, una volta di più? Annotazioni anarchiche sulle elezioni prossime venture.

COGLIONE! E’ l’epiteto con cui i diversi leader delle diverse parti politiche hanno sempre chiamato chi vota la parte avversa.
Coglione, ovvero persona poco avveduta che non prevede le conseguenze dei propri atti per insufficiente intelligenza. Negli stati americani si è diffuso l’uso del termine cojones, derivato dalla lingua spagnola, per indicare invece una persona coraggiosa o dall’atteggiamento particolarmente spavaldo, una persona che ha, appunto, i coglioni.
Non ci si faccia trarre in inganno da questa apparente incongruenza di significato: ci vuole infatti un bel coraggio per continuare ancora a votare!
Al cospetto di tanta libidine e di tanta ingenuità, di una dose massiccia di umori giovanilistici sprecati nel corpo elettorale che non ha età…certo, si prova schifo!
Verificare sul campo che quando accade qualcosa nel mondo reale, fuori dalle finestre di casa e dagli schermi tv, e che magari mette in crisi la cosiddetta normalità imposta, tutta questa gente molto probabilmente non se ne accorge nemmeno…certo, si prova schifo!
Vedere tanti continuare a poltrire, continuare a morire giorno dopo giorno pensando di vivere (mentre magari c’è chi muore per vivere)…eh certo, si prova schifo!
Forse il coglione in questione, il coglione che vota, pensa di assolvere ad un diritto-dovere, ma si sbaglia di grosso. L’unico suo diritto è proprio solo quello: mettere cioè una crocetta su una scheda di carta! Diritto di scegliere i propri padroni e flagellatori!
Il suo dovere è infatti quello di esser servo e non un servo qualunque, ma un servo entusiasta!
Il coglione di turno ama sbandierare ai quattro venti la propria partecipazione al gioco, ma quando gioca poi non ama perdere. Quando perde indica i vincitori come farabutti, ladri, mafiosi, disonesti…come persone, insomma, che fanno solo gli interessi loro. I beneamati stracazzi propri!
Ovviamente, chiunque vinca, ci sono sempre coglioni perdenti (ma anche vincenti, non importa…tanto i coglioni non vincono mai!) che fanno questi ragionamenti e che palesano il loro vittimismo innoffensivo quanto vomitevole. Lo fanno apposta, poichè sanno che è soltanto colpa loro se al lamento non si sovrappone la rivolta. Perchè gli va bene così, almeno per ora.
Purtroppo per loro chiunque vinca farà sempre come vuole, senza render conto ai propri elettori coglioni. Proprio perchè sono dei coglioni, infatti, non importa chiedere cosa pensano, cosa vogliono, che idee hanno sul mondo. Il mondo lo costruiscono loro, i politici, sul modello economico capitalista dei loro sponsor elettorali. Se a qualcuno questo mondo non va a genio, cazzi suoi! Hai votato? Nun te lamentà!
Gruppi e gruppuscoli, liste e listini, alleanze e apparentamenti…è sempre la solita merda, che se non viene riconosciuta come tale è soltanto perchè ormai si è fatta l’abitudine al suo puzzo. Al suo lezzo! Al suo afrore!
Ma ci sono nuovi partiti, nuove liste, nuove facce! Ci dicono i coglioni!
E ci sono sempre nuovi coglioni che generano nuova coglionaggine! Diciamo loro.
Oggi, per dirne una, genera nuovi entusiasmi il partito a 5 stelle (come in un hotel) del ricco giullare di corte Beppe Grillo, partito (anche se i coglioni amano chiamarlo “movimento”) che dietro sè ha come sovvenzionatori personaggi vicini a multinazionali ed agenzie di marketing e che sfrutta la scienza della psicologia di massa per esclusivi tornaconti elettoralistici.
Bene, se su beppe Grillo si è già detto tanto (e forse non ancora abbastanza), se il ragionamento sulla sua entrata in scena che sembra dettata da motivazioni contingenti al momento globale e locale che stiamo attraversando, e quindi dalla volontà dell’apparato di potere di recuperare in qualche modo il recuperabile in vista di future rivolte (Grillo stesso in una recente intervista dice: “noi stiamo riempiendo un vuoto e se non lo riempiamo noi ci sono quelli che prendono i bastoni; noi stiamo salvando la democrazia in questo paese, ci dovrebbero ringraziare”), è già stato ampliamente escusso da parte dei rivoluzionari d’ogni tendenza, non ancora troppa luce si è fatta al contrario sui motivi di questa predisposizione a non imparare mai dai propri errori, continuando a ripetersi sulla via nefasta della partecipazione alla propria oppressione.
Sembra incredibile che ci sia ancora chi, in totale buona fede, considera la delega ad un partito, invece che un  pericolo per la propria libertà, come il caposaldo necessario alla vita.
Come se ci fosse una qualche correlazione naturale tra vita e rappresentanza politica.
Ed invece non c’è. Non c’è nessun rapporto tra vita e politica (rappresentativa). O, almeno, non dovrebbe esserci, non dovrebbe proprio esistere!
La politica può occuparsi esclusivamente di regolare la vita, di mettergli dei freni quindi, non certo di renderla libera. La politica non può capire la vita, tanto quanto un fisico non può capire che dietro un’infinita sequela di numeri, formule e sequenze c’è un individuo.
Solo l’individuo può capire e riconoscere la libertà di un altro individuo. Solo sul rispetto dell’individualità, e di tutti i suoi bisogni (a cominciare da quello di non essere governato), può quindi crescere anche il rispetto reciproco, premessa per vivere assieme.
Se io non mi rivolgo all’individuo nel mio agire, riferendomi invece di volta in volta a categorie monche di credibilità ma cariche di retorica (come per esempio la figura dell’elettore), faccio opera di mistificazione e non giungerò mai a nessuna libertà ma piuttosto all’oppressione ad opera e per mezzo di concetti artificiosi.
Non sembra pensarla così però la maggior parte delle persone.
Vediamo che, anche dopo lo sputtanamento indicibile a cui la politica è andata incontro più o meno disinvoltamente, più o meno volontariamente in questi ultimi anni, ci sono sempre elettori euforici, eterni maturandi, che continuano a dar fiducia all’apparato, al sistema, ai partiti, allo Stato.
Cosa assai curiosa, oggi molti di essi lo fanno credendo di contestare lo stesso assetto a cui danno il loro contributo essenziale. Lo contestano, legittimandolo allo stesso tempo.
Una volta di più: COGLIONI!
Eppure sarebbe così facile prendersela con l’elettore, che sembra perfino contento quando arrivano le scadenze elettorali, perchè dopo essere tornato dalle urne e aver fatto il proprio diritto-dovere di buon cittadino, integrato e grato, può sedere sul divano e fare il tifo per l’uno o per l’altro politico e partito, in un orgia estatica che si avvicina a quella che solo l’ultras allo stadio ha sperimentato per la sua squadra del cuore.
Sarebbe molto facile rivolgere le nostre bestemmie all’elettore, primo ed ultimo scalino di questa autoflagellazione inflitta, ma evitiamo di farlo. Evitiamo di rivolgere le nostre attenzioni all’elettore. Sappiamo che non riusciremmo a distoglierlo dalla retorica delle elezioni con altra retorica. Sappiamo che è lui la causa della sua oppressione e che è anche la causa della nostra.  Sappiamo che il suo voto influisce anche sulla nostra vita, non perchè sceglie l’uno o l’altro ma perchè sceglie di partecipare al gioco dei padroni. Un gioco in cui l’elettore, cosiccome chi non vota, ne esce sempre perdente.
L’unica cosa che distingue chi vota da chi non vota è un principio. Il principio di non voler dare il proprio contributo alla propria ed altrui oppressione. Il non voler essere, o il non voler essere più, coglione!
Poi però c’è altro da fare. Un principio non basta a vivere.
Per questo non ci rivolgiamo all’elettore ma a chi elettore non vuol essere più.
Gli spazi di cui riappropriarci, certo contro il volere della legge, sono molteplici: spazi da cui partire o continuare con esempi pratici e riproducibili di vita altra; spazi che negli anni si sono persi o si è lasciato si perdessero; e anche spazi che non si è avuto mai. Fuori e contro la delega! Fuori e contro lo Stato, assistenziale o rapace che sia!
Non votare può essere l’inizio di qualcosa, oppure può non volere dire nulla.
Si può rimanere coglioni anche non votando.
Sta all’individuo decidere cosa fare della propria vita. Come sempre. Come non è stato mai.
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