In Italia la nuova strategia atomica made in USA.

A conferma che gli Usa non hanno la benche` minima intenzione di smobilitare il loro arsenale di morte dislocato lungo la penisola italiana, il nuovo rapporto del Fas (Federation of American Scientist) parla di “significativa modernizzazione” in riferimento al potenziamento tuttora in atto ed in progetto nel prossimo futuro per gli armamenti nucleari della NATO.

Le testate nucleari americane made in USA presenti in Italia, come predisposto dal patto atlantico, sono attualmente tra una settantina ed una novantina, custodite tra Ghedi Torre (Brescia) ed Aviano (Pordenone). Non sono residuati bellici della guerra fredda, ma efficienti bombe B-61, oltre dieci volte più potenti di quella di Hiroshima, che a lotti verranno sostituite da una nuova bomba nucleare, la B61-12, molto più potente.
Le bombe sono tenute in speciali hangar insieme ai caccia pronti per l’attacco nucleare: F-16 statunitensi ad Aviano e Tornado italiani a Ghedi Torre. Fino a che non verranno sostituiti dai nuovi caccia F-35 di quinta generazione, costruiti in USA da Lockheed Martin e in Italia da Alenia Aermacchi (gruppo Finmeccanica), per i quali è stata progettata la nuova bomba nucleare B61-12. Al cui lancio si addestreranno anche i 90 F-35 che l`Italia ha ordinato [1].

E` dal 2001 che la Nato ed il Dipartimento della Difesa a stelle e strisce stanno mettendo a punto nuovi progetti per arrivare ad uniformare i quattro diversi modelli di bombe atomiche attualmente stoccate sull`intera Europa.
Le prime testate nucleari ”moderne” (piu` mirate e a gittata ridotta, capaci di contenere le radiazioni in uno spazio ristretto) create con il nuovo progetto dovranno essere pronte prima del 2019. Non troppo stranamente a ridosso di quel 2020 indicato dal rapporto NATO (vedi anche urban-2020-verso-il-controllo-totale).
Nel frattempo inizieranno gli addestramenti di nuove truppe specilizzate, capaci di utilizzare questi ordigni. In Italia saranno proprio i militari statunitensi di stanza a Ghedi e Aviano ad accedere a questi addestramenti.

Mentre a Vicenza stanno per iniziare i lavori al Site Pluto [2]di Longare (un`installazione militare statunitense da utilizzare come deposito di “munizioni speciali”, sinonimo per munizioni nucleari, dall`esercito USA, destinata anche all’impiego da parte di reparti della NATO in caso di conflitto), con quelli ad Ederle che avanzano (parliamo della costruzione della nuova base USA nell`aeroporto Dal Molin di Vicenza [3], che andrebbe a consolidare gli altri insediamenti statunitensi già presenti sul territorio vicentino come la Caserma Ederle), l’Italia, con l`accettazione di nuove testate atomiche ad Aviano e sul territorio vicentino, quindi, continua ad essere un fedele suddito degli USA ed uno degli avamposti strategici degli statunitensi nel meditterraneo e nel sud Europa.

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[1] L’Italia partecipa al progetto della realizzazione di questo caccia (prima denominato Joint Strike Fighter) della statunitense Lockheed Martin. Con il sostegno di uno schieramento bipartisan, il primo memorandum d’intesa venne firmato al Pentagono nel 1998 dal governo D’Alema; il secondo, nel 2002, dal governo Berlusconi; il terzo, nel 2007, dal governo Prodi. E nel 2009 è stato di nuovo un governo Berlusconi a deliberare l’acquisto di 131 caccia che era già stato deciso dal governo Prodi.
L’Italia partecipa al programma dell’F-35 come partner di secondo livello, contribuendo allo sviluppo e alla costruzione del caccia. E ora arriva il governo «tecnico» di Monti a confermare tutto con il ministro-ammiraglio Di Paola. Vi sono impegnate oltre venti industrie: Alenia Aeronautica, Galileo Avionica, Datamat e Otomelara di Finmeccanica e altre tra cui la Piaggio.
Negli stabilimenti Alenia verranno prodotte oltre mille ali dell’F-35. Presso l’aeroporto militare di Cameri (Novara) sarà realizzata una linea di assemblaggio e collaudo dei caccia per i paesi europei, che verrà poi trasformata in centro di manutenzione, revisione, riparazione e modifica. A tale scopo sono stati stanziati oltre 600 milioni di euro, presentandolo come un grande affare per l’Italia. Ma non si dice quanto verranno a costare i pochi posti di lavoro creati in questa industria bellica. Non si dice che, mentre i miliardi dei contratti per l’F-35 entreranno nelle casse di aziende private, i miliardi per l’acquisto dei caccia usciranno dalle casse pubbliche.
Per partecipare al programma, l’Italia si è impegnata a versare un miliardo di euro, cui si aggiungerà la spesa per l’acquisto ora di 90 F-35 (inizialmente ne erano previsti 131). Allo stato attuale, essa può essere quantificata in oltre 10 miliardi di euro. Va inoltre considerato che l’aeronautica sta acquistando anche un centinaio di caccia Eurofighter Typhoon, costruiti da un consorzio europeo, il cui costo attuale è quantificabile anche quesyo in oltre 10 miliardi di euro. E, come avviene per tutti i sistemi d’arma, l’F-35 verrà a costare più del previsto.
Il costo complessivo del programma, previsto in 382 miliardi di dollari per 2.443 caccia che saranno acquistati dagli Usa e da otto partner internazionali, sarà dunque molto più alto,  facendo crescere la spesa militare, già salita per l`Italia a 25 miliardi annui.
L’ammiraglio Di Paola, oggi ministro della difesa, è il maggiore sostenitore dell’F-35: fu lui, in veste di direttore nazionale degli armamenti, a firmare al Pentagono, il 24 giugno 2002, il memorandum d’intesa che impegnava l’Italia a partecipare al programma come partner di secondo livello.
[2] «Site Pluto» (sito Plutone) era, durante la guerra fredda, il maggiore deposito di armi nucleari dello U.S. Army in Italia. Nei suoi sotterranei, all’interno di una collina a Longare (Vicenza), si tenevano oltre 200 ordigni nucleari «tattici»: missili a corto raggio, proiettili di artiglieria e mine da demolizione. Pronti a scatenare l’inferno nucleare sul territorio italiano. Dismesso ufficialmente nel 1992 come deposito, il sito è stato in parte adibito a comunicazioni satellitari. Ora però il sito e` interessato da un nuovo progetto, pronto cioe` a riassumere la sua piena funzione bellica. Sono in corso lavori all’interno del suo perimetro recintato e presidiato. Il progetto prevede la costruzione di un edificio di 5mila m2, in cui saranno addestrati con tecnologie d’avanguardia i soldati Usa, soprattutto quelli della 173a brigata di stanza a Vicenza. Nessuno sa però quali reali attività si svolgeranno dietro il suo muro di «protezione», alto 6 metri. Né, tantomeno, a quale uso saranno adibiti i sotterranei del sito, sotto la cappa del segreto militare, garantito al Pentagono dagli accordi segreti tra i due governi.
La riattivazione del sito rientra nel rafforzamento dell’intera rete di basi militari Usa nel territorio di Vicenza: qui si è insediato lo U.S. Army Africa e la potenziata 173a brigata è stata autorizzata nel 2007 dal governo Prodi a costruire una nuova base nell’area del Dal Molin. Come dichiarato da Francesco Cossiga il 28 febbraio 2007 al senato, la 173a brigata è «strumento del piano di dissuasione e di ritorsione, anche nucleare, denominato Punta di diamante».
L’aeronautica italiana ha partecipato all’esercitazione Usa di guerra nucleare «Steadfast Noon», nel maggio 2010 ad Aviano e nel settembre 2011 a Volkel AB in Olanda. Non è quindi escluso che il riesumato «Site Pluto» servirà anche a esercitazioni di guerra nucleare. Alla faccia del Trattato di non-proliferazione che l`Italia ha sottoscritto, impegnandosi solennemente a «non ricevere da chicchessia armi nucleari, né il controllo su tali armi, direttamente o indirettamente».
[3]Nel 2004 gli USA avanzano la richiesta di ampliare la base di Vicenza, facendone la piu` grande base USA in Europa; il governo italiano, allora presieduto da Berlusconi, coinvolge il sindaco di Vicenza Enrico Hullweck, che esprime parere favorevole. Solo nel 2006, dopo la valutazione del progetto da parte del Comitato Misto Paritetico Regionale, i vicentini vengono a conoscenza del progetto: nasce una forte opposizione, che sfocia nella costituzione del movimento No Dal Molin. Nonostante ciò, il sindaco Hüllweck fa approvare dal consiglio comunale un’opinione favorevole alle richieste statunitensi. Il via libera definitivo giunge dal governo presieduto da Romano Prodi il 16 gennaio 2007. Il 19 novembre 2007 il COMIPAR (Comitato Misto Paritetico Regionale, composto da autorita` locali e autorita` militari) del Veneto approva il progetto definitivo per l’insediamento della base nell’area ovest del Dal Molin, per la cui realizzazione sono stati stanziati 325 milioni di euro. Nell`aprile 2008 il Consiglio di Stato, nell`esprimersi su di un ricorso al TAR, dichiara l’approvazione all’installazione militare un «atto politico, come tale insindacabile dal giudice amministrativo». Nel febbraio 2009 viene aperto il cantiere per la realizzazione della nuova base, aggiudicata dal consorzio di cooperative costituito da CMC di Ravenna e CCC di Bologna, che secondo le voci dovrebbero consegnare la struttura al governo degli Stati Uniti entro dicembre del 2012. Circa un mese dopo la cittadella a stelle e strisce verrà abitata da circa 2000 soldati in parte provenienti dalla Germania e dall’Afghanistan, come recentemente annunciato dall’ambasciatore degli Stati Uniti in Italia, David Thorne, in visita alla struttura, accompagnato dal presidente del Veneto Luca Zaia, dal sindaco di Vicenza Achille Variati e dal comandante della base, colonnello David Buckingam.
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