Specchio

Qualche anno fa un giovane compagno appena uscito dal carcere ci raccontò una conversazione che aveva avuto all’interno di quelle mura. Dopo aver constatato al suo arrivo che l’incompatibilità tra detenuti e secondini si era di molto attenuata, ed esserne rimasto turbato e meravigliato, aveva chiesto lumi ad un vecchio galeotto. Ma cos’era successo? Come è stato possibile? Non si può dire che la risposta che gli diede il vecchio galeotto mancasse di chiarezza:

«Una volta in sezione eravamo quasi tutti rapinatori e ladri. Gente perbene, con una propria etica. Gente abituata ad andare a prendersi quello che voleva, mettendo a repentaglio la propria vita. Spacciatori e papponi, gente che commercia veleno e sfrutta i più deboli, erano pochissimi e si dovevano adeguare. Dovevano stare ben attenti a come si comportavano, altrimenti…
Nel corso degli anni questa situazione è cambiata, i rapporti di forza si sono rovesciati. Oggi in sezione sono quasi tutti spacciatori e papponi. Tutta gente nata e cresciuta fregando il prossimo, mentendo, facendo intrighi. E non parlano più nemmeno la tua lingua, per cui è diventato impossibile anche solo discutere! Quindi cosa resta da fare? O adeguarsi, chiudere un occhio, trattenere la lingua, fare il finto sordo, lasciar correre… stare in compagnia degli altri, fino a nemmeno più accorgersi che si è diventati esattamente come tutti gli altri. Oppure starsene in disparte, senza poter fare granché, ma nemmeno senza lasciarsi coinvolgere dalla miseria. In solitudine, per mantenere la propria dignità».
Il carcere, specchio della società.
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